Club Bella Italia | Karnataka Ondevè
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Karnataka Ondevè

Diario di viaggio nel Deccan attraverso il Tamil Nadu e il Karnataka.

Ho confezionato questo tour dai mille difetti e altrettante incongruenze in un paio d’ore senza prendermi cura di alcun dettaglio e adesso anche dopo qualche aggiustamento dovuto ad uno studio dei luoghi e soprattutto delle mappe, i nodi cominciano a venire al pettine.

Siamo partiti stamattina alle 7, ma ero pronta dalle 6 per un mio misunderstanding (?). Sathesh l’autista che mi accompagnerà per i prossimi 7 giorni è giovane e sveglio; si presenta biancovestito di un nitore quasi abbagliante che contrasta con il colore bruno della sua pelle, profumatissimo e con il brillantino all’orecchio. Altre sue qualità che scopro nel corso della giornata: è di poche parole e per fortuna non vuole fare conversazione ad ogni costo e conosce le lingue di tutti gli stati del sud + l’inglese ovviamente. Sono a posto. Gli comunico subito le prime variazioni all’itinerario e partiamo.

Sonnecchio nel sedile posteriore fino al primo stop per un chhai (il bar dell’hotel era ancora chiuso stamattina), un po’ piu presente a me stessa comincio a guardare fuori dal finestrino, abbiamo lasciato alla nostra destra la junction per Chennai che è la strada che ormai conosco bene, da ora in poi sarà tutto nuovo ai miei occhi.

Il paesaggio mi offre un magnifico colpo d’occhio sulle risaie ai cui bordi svettano alti palmizi ad interrompere l’orizzonte altrimenti uniforme di verde e azzurro. Il sole si è degnato di rispuntare dopo le piogge abbondanti di ieri e per quanto velato riesce ad illuminare ogni singolo particolare della scena che scorre dietro il finestrino, i riverberi argentati dei raggi che si riflettono sulle foglie dei banani mi colgono di sorpresa, ma è la presenza di grandi monoliti di rocce che si stagliano solitari in uno scenario altrimenti piatto a destare la mia curiosità. Siamo a Gingee una località a due ore di macchina da Pondicherry famosa per le rovine del forte che sorgono su uno dei monoliti che circondano la cittadina. Queste formazioni granitiche a forma di budino sembrano essere composte da un solo blocco di marmo e sembrano lisce e compatte con delle striature scure che sembrano canaloni. La LP dice che la visita al forte in cima ad una di queste colline è molto piacevole, ma siccome prende una giornata intera dovrò rimandarla ad un altr’anno magari, da fare come escursione giornaliera da Pondy.

Mi riaddormento per un poco e quando mi desto scopro che abbiamo superato Tiruvannamalai, il santuario che desideravo visitare, già da 40km. Non mi arrabbio solo perché è sulla strada anche al ritorno, ma questo è il primo intoppo.

Altra sosta per un chhai alla junction per Bangalore, seduta al chioschetto, mentre sorseggio la bevanda caldissima nel solito bicchiere di metallo, un distinto signore in dhoti candido e fronte segnata di fresco, si siede accanto e comincia ad interrogarmi: da dove vengo, perché sono in India, sono sposata, se ho figli, che lavoro fa mio marito sono le domande più frequenti e Io rispondo di buon grado perché in India è la norma fare domande che sembrano personali per rompere il ghiaccio (ove noi usiamo la meteorologia). Finito il mio tea prendo congedo, il signore mi saluta con un Namaskar e ci rimettiamo in marcia.

Ci fermiamo per il pranzo in uno degli Ananda Bhavan una sorta di catena di autogrill che si trovano lungo le strade indiane che servono ottimi thali a prezzi modesti: un meal Rs 70. Questo prescelto si trova però nella corsia opposta a quella che stiamo percorrendo, ma il mio driver con consumata nonchalance si immette nella corsia opposta e la percorriamo controsenso per un tratto, dopodicchè attraversiamo tutte le corsie sempre contromano e ci immettiamo bellamente nell’area di sosta. Neanche in Sicilia arriviamo a tanto!

Ben presto arriviamo ad Hosur che è la prima sosta prevista; l’agglomerato urbano che guardo dall’alto della collina dove si trova un tempio, è piccolo e ordinato, attraversato dal corso di un fiume. Catalogo Hosur come una sonnolenta cittadina di confine senza molte aspettative ne attrazioni e poichè il tempio più importante è chiuso e l’hotel Tamil Nadu mi propone una tariffa inaccettabile, mi consulto con Sathesh e avuta la sua disponibilità decido di proseguire oltre Bangalore fino a Tumkur.

Stiamo per entrare in Karnataka e bisogna che venga rilasciato un permesso, dietro pagamento ovviamente, perché i veicoli commerciali (almeno tutti quelli provenienti dal Tamil Nadu), ed una macchina a noleggio lo è, possano transitare in questo stato. Le formalità vengono espletate in un tempo (indiano) ragionevolmente breve e tosto ci troviamo immersi nel caos della periferia di Bangalore e poi nelle circonvallazioni che portano ai vari snodi stradali; per sfortuna l’accesso all’autostrada che porta a Tumkur è chiuso a causa di un incidente e ci tocca tornare indietro nel traffico e chiedere più volte indicazioni per riprendere la strada un po’ più a monte.

Tumkur è una cittadina caotica e per nulla attraente, passando sulla strada principale vedo l’Università e nelle notizie allegate alla cartina del Karnataka che ho comprato scopro che ci sono alcuni templi importanti.

Per Hosur e Tumkur non ho trovato alcuna indicazione né sulla LP né sulle altre guide che ho comprato nei giorni scorsi (purtroppo una specifica del Karnataka non l’ho trovata) e così mi ritrovo ad andare a naso per trovare un hotel.

Scartati un paio dall’aspetto troppo trascurato finisco per alloggiare al Sri Krishna Deluxe situato sulla strada principale, è un edificio moderno e il sottostante ristorante sembra frequentato. Poiché non c’è scelta non faccio tante storie anche quando il manager si trattiene tutte le 500 Rs dicendo che la differenza di 140 Rs mi verrà restituita prima della partenza, e così prendo la camera. Chiedo che mi vengano sostituiti lenzuola e federe perché quelli stesi sul letto sono palesemente e indubitabilmente sporchi; il ragazzo viene presto con un solo lenzuolo pulito e un cuscino che annuso e mi convince che non sia stato usato almeno recentemente. In bagno, che è abbastanza pulito, non c’è carta igienica (un rotolo d’emergenza è nel mio bagaglio per fortuna) né asciugamani che mi dice il ragazzo ci saranno domani mattina, spero in concomitanza con l’acqua calda che viene erogata solo dalle 6 alle 9 del mattino.

Decido di non uscire dalla camera perchè l’ambiente non mi sembra rassicurante: troppi uomini in giro per le scale e i corridoi dell’hotel, preferisco adottare un profilo basso e rimanere a scrivere qualcosa. A confermare i miei sospetti arriva la telefonata di Shatesh che vuole parlarmi. Lo incontro fuori dalla reception lavato e cambiato d’abito (ove ancora Io sono impolverata e appiccicosa), con fare circospetto mi informa che la zona dove ci troviamo non è delle migliori e m’invita a non uscire per andare a visitare un paio di templi come gli avevo detto, si raccomanda pure di chiamarlo per qualsiasi problema dovessi avere. Ci accordiamo per partire di buon mattino. Detto così forse dovrei preoccuparmi, ma non ci riesco più di tanto e con animo (quasi) sereno mi accingo a dormire il sonno del giusto. Prima cercherò di darmi una slavazzata con l’acqua fredda brrrr…

Sono le 7 quando lascio l’hotel di Tumkur, mi è stato restituito il saldo come promesso, ma non ho avuto né lenzuolo extra né asciugamano né tantomeno acqua calda.

Siamo sulla strada per Hospet e il paesaggio intorno è piuttosto piatto non mi sembra che l’agricoltura sia sviluppata come in Tamil Nadu e il colore giallo tende a predominare sul verde nonostante le molte palme che punteggiano il terreno e anche i bordi dell’autostrada. I caratteri sobri della scrittura tamil sono stati sostituiti da quelli più frivoli coi glifi dalle code svolazzanti tipici del kannada. Il traffico su questa autostrada è per lo più composto da mezzi pesanti con le targhe di tutti gli stati, e poi autobus su autobus tutti pieni di indiani in movimento da un punto all’altro del subcontinente.

La prima tappa del secondo giorno di tour la faccio a Cheetradurga, una graziosa cittadina immersa nel verde di fitti palmizi che sembrano formare un’oasi dopo aver attraversato distese di terra più simili alla savana che alle immense macchie verdi della flora subtropicale che sono abituata a vedere. A Cheetradurga sopra le ormai solite formazioni di granito levigate a forma di budino si erge un forte risalente ad un migliaio di anni fa le cui mura di cinta sono sorprendentemente ben conservate e massicce e imponenti ancora sfidano gli invasori. Oggi il forte è visitato da scolaresche e locali che vanno per una passeggiata e un riposino all’ombra magari consumando uno snack mentre dall’alto si gode del panorama sulla cittadina e sul paesaggio circostante. Il biglietto d’ingresso costa Rs 100 per gli stranieri e Rs 5 per gli indiani, la quasi totale assenza di visitatori stranieri è testimoniata dal fatto che il bigliettaio impiega 5 minuti buoni per recuperare questi famigerati tkt e prima di darmene uno si assicura con attenzione che sia quello giusto e che la richiesta dell’importo sia corretta.

Sulla guida ci sono un paio di notizie scarne, ma alcuni cartelli esplicativi posti davanti ad alcune porte mi sono di sufficiente aiuto per la comprensione dell’edificio e della sua storia. In realtà a me piace lasciarmi suggestionare dai luoghi e non cerco mille dettagli che poi verrebbero inevitabilmente perduti nei meandri della mia ormai labile memoria, e di suggestioni ne trovo tante in questa serie di torrioni in pietra innestati su questo contesto di lastroni e massi levigati, quasi fossero delle appendici o delle continuazioni della montagnola. Alcuni templi ancora integri e le rovine di quello che un tempo era il palazzo completano questo complesso monumentale che si estende lungo tutto il profilo delle due colline adiacenti. Inutile dire che dal punto più alto si gode di una bellissima vista sulla valle sottostante il cui orizzonte però è deturpato da una serie di pale eoliche che girano pigramente in un muto rimprovero verso chi, a dispetto dell’evidenza, ha usato dei soldi pubblici per sfruttare un elemento il vento, non così abbondante come un altro: il sole. La mia visita dura un’oretta perché non mi inerpico fino agli ultimi barbacane del perimetro della cinta, ma mi soffermo a leggere il mio libro con lo sguardo rivolto a queste particolari formazioni rocciose. Naturalmente tutti i visitatori sono incuriositi dalla mia presenza e qualcuno accenna anche un timido approccio, ma poco da fare, l’inglese qui non è così diffuso e il kannada per me è un mistero.

Ritorno al parcheggio e in attesa di ritrovare il fido Sathesh, mi accomodo in un baretto che ha appena aperto e aspetto il mio chhai senza troppa fretta. Altri clienti cominciano ad affluire: un gruppo di studenti del Liceo venuti a fare colazione con idli, sambal piccante e peperoncino in pastella! Finalmente spunta Shatesh chiamato a dare spiegazioni su di me, ancora una volta, da un gruppetto di signori che prima sfogliando la mia LP appoggiata sul tavolo, aveva commentato sul prezzo del biglietto d’ingresso del forte riservato agli stranieri (INR 100) adesso sono pronti a vedere soddisfatta la loro curiosità e non risparmiano il terzo grado al povero driver che si vede costretto ad inventare risposte che altrimenti non potrebbe dare.

Prima di andare via faccio una foto ad un carrettino che vende una erba particolare con dei piccoli fruttini verdi che i locali masticano, non ho mai visto niente di simile, ma immagino sia qualcosa di assimilabile al betel o al qat o alle foglie di coca. Shatesh conferma la mia intuizione dicendomi il nome dell’albero (allora sono i rametti che vengono staccati) e traducendolo in inglese con “green peas” la cui assonanza con green peace mi fa sorridere…

Di nuovo in marcia per coprire i cento e passa chilometri che ci separano da Hampi. Il paesaggio monotono mi concilia il sonno e così tra un dosso e l’altro stiamo quasi per arrivare.

Apro una parentesi per parlare delle strade indiane ovvero della nuova mania dei dossi, i nostri cosiddetti “ dissuasori di velocità”. Ebbene in India la loro presenza è non solo massiccia ma direi anche estremamente pericolosa visto che non si limitano ad essere delle leggere cunette ma vere e proprie montagne da scalare per cui bisogna proprio fermarsi e ingranare la prima, pena la rottura del semiasse! Vero è, che, nei pressi dei centri abitati nonostante la loro presenza, le carcasse di animali spiaccicati sul manto stradale sono una visione molto consueta ed è facile indovinare come anche qualche essere umano possa aver fatto la stessa fine, ma adesso stanno dando sfogo a nuove interpretazioni con la realizzazione di serie di dossetti in sequenza>spazio>altra serie. Una tortura infinita specie per chi soffre di mal di schiena!

Forse sono una misura necessaria vista la spericolatezza degli autisti indiani, ho visto non pochi camion in un fosso o ribaltati per il troppo azzardo.

Altra cosa che oggi ho visto di frequente sono stati i cereali stesi sul manto stradale per essere triturati dalle ruote degli automezzi. A prima vista pensavo che a qualcuno gli si fosse ribaltato il carico ma alla seconda volta ho realizzato che si tratta di una pratica consolidata per risparmiare un po’ di tempo e di fatica in un posto dove tutte queste operazioni di separazione della pula o di decortecciatura vengono ancora svolte a mano e senza l’aiuto di macchinari; e gli autisti cooperano scegliendo dove schiacciare con le loro potenti ruote. Il risultato, trattandosi di cose commestibili non rientra nei nostri standard di igiene, ma contenti loro…

Nei pressi di Hospet, ci incolonniamo e restiamo fermi per una buona mezzora; siamo sulle rive di un lago del quale non si indovina la riva opposta, il luogo sembrerebbe ameno, ma gli animi degli autisti che abbiamo al fianco o di quelli che procedono, sempre a rilento, in senso inverso, non sembrano inclini ad ammirare le bellezze del paesaggio. Una interminabile colonna di camion fermi occupa una corsia e anche noi che già procedevamo in doppia fila contribuiamo ad ingorgare vieppiù la strada. Il colpo d’occhio di tutti questi veicoli come balene spiaggiate nella savana è grandioso.

Automezzi coloratissimi e carichi all’inverosimile, si perché non sembra plausibile come questi carichi sfidando tutte le leggi di gravità possano riuscire ad arrivare intatti e salvi alla meta; definire creative le opere di ingegneria realizzate sopra i cassoni di questi mezzi che percorrono incessantemente tutto il subcontinente non solo è riduttivo, ma soprattutto non rende giustizia al genio dei caricatori!

Ormai esaurita la pazienza, Sathesh con sprezzo del pericolo e incurante di ogni norma del codice stradale si immette nella corsia sterrata che corre lungo il senso di marcia inverso al nostro, praticamente contromano nella corsia d’emergenza. Lo guardo con ammirazione, neanche Io sarei arrivata a tanto forse! Così facendo guadagniamo un bel po’ di posizioni e nel giro di un’altra mezzora, superata la colonna in attesa giungiamo ad Hospet che attraversiamo soltanto per dirigerci decisi ad Hampi.

Hampi

Se le pietre potessero parlare racconterebbero di un passato glorioso, di grandi ricchezze e di un regno potente che rivaleggiava con Roma per potenza e ricchezza. Hampi è una terra di rocce che la natura ha modellato per realizzare uno scenario irreale ancorchè aspro e quasi inospitale che deve aver suscitato forti emozioni nei due fratelli, Harihara e Bukka, quando erano alla ricerca di un territorio da governare; facile immaginare il potenziale che vi hanno scorto da quello che è stato realizzato ad Hampi nei 300 anni di regno della loro dinastia. Una posizione strategica facilmente difendibile, requisito essenziale per la capitale di un regno nascente situata in territorio arido, collinoso e privo di risorse, ma con la progettazione di canali e di bacini artificiali che attingevano al fiume Tungabhadra, sulle cui rive fu fondata, Hampi fu in grado di accogliere una crescente popolazione.

La mappa del sito che mi viene mostrata spiega la necessità di un supporto logistico motorizzato che mi porti da un tempio all’altro, da una rovina all’altra.

Prima di tuffarmi tra le pietre di Hampi voglio cercare la sistemazione e fare uno spuntino visto che ieri sera non ho mangiato i morsi della fame diventano insistenti ogni minuto che passa.

Arriviamo dunque ad Hampi Bazaar il nome del minuscolo villaggetto sorto in prossimità del sito archeologico; non ci sono abitazioni tout court, ogni casa ha un’attività commerciale attinente al turismo unica risors a ed estrema ultima eco dei fasti passati. L’autista parcheggia al bus stand che è anche il centro del villaggio e mi consiglia una guest house proprio nella traversina di fronte. Il posto è carino, ma siamo in alta stagione e i prezzi sono più che raddoppiati; voglio vedere qualcos’altro prima di decidere così visito le guest house consigliate dalla LP che si trovano nella stessa stradina. Effettivamente sono tutte un po’ più economiche, ma nessuna carina come la Padma Guest House dove decido infine di ritornare. Ottengo una riduzione in virtù del fatto che sono single così la tariffa scende a INR 1000 una follia! Ma Padma e suo figlio Sagar sono disponibili e molto affabili e la camera al pianterreno proprio dentro la loro abitazione più che confortevole, con acqua calda, zanzariera, grande letto matrimoniale con il materasso bello duro come piace a me. Offro (ormai è diventata una consuetudine) il pranzo al driver in un ristorantino a due passi, sulla terrazza dell’ennesima guest house dalla quale si gode una bella veduta sui templi. Consumato un thali in tutta fretta, mi prendo un rickshaw e parto per visitare la zona archeologica.

Il primo tempio è il Vittala; percorriamo per una ventina di minuti a velocità pazzesca, un sentiero di campagna in terra battuta, schivando fossi, animali e operai al lavoro. Il paesaggio è bellissimo: fitti bananeti o campi di canna da zucchero incorniciati dalle colline pietrose illuminati dal sole pomeridiano dai riflessi dorati. Pago il tkt di INR 250 per l‘ingresso al tempio. Nel cortile vedo un magnifico carro di granito scolpito, e poi le magnifiche hall finemente intagliate con decine di pilastri musicali. Poi in sequenza il Bagno della Regina, il tempio sotterraneo, il recinto sacro con il magnifico Lotus Mahal e le stalle degli elefanti per finire con vari templi di ganesh, hanuman, uno shiva-linga e divinità varie.

Il giro si conclude 5 ore dopo l’inizio, sono stanca morta e mi riprendo solo dopo una doccia che lava via la polvere di mezza India che mi si è depositata addosso durante il viaggio.

Nel frattempo è tornata la luce, la tolgono per 3 ore al giorno, vado all’internet point proprio sotto casa ma la connessione non è disponibile i telefoni non funzionano il mio indiano Airtel non ha segnale e il TIM non ha accesso ad alcuna rete, non potrò comunicare oggi. Vado a cena al ristorante Geetha suggeritomi da Sagar che si trova nella via del bazaar, ordino un Veg Biryani e lassi salato; condivido il tavolo con una francese con la quale ho una simpatica conversazione, lei molto più coraggiosa si sposta in bus e treno..Al ritorno in htl scrivo qualcosa seduta ai tavoli della veranda dove c’è un’aria piacevole e apprezzo la calma del posto, le zanzare tuttavia mi costringono a ritirarmi sotto la zanzariera e andare a letto con le galline!

Stanotte è piovuto forte tanto che lo scrosciare della pioggia mi ha svegliato ben 2 volte. Mi alzo prima che la sveglia suoni e faccio colazione con 2 italiani sulla via di Goa. Hanno trattato il prezzo del taxi e così apprendo che qui ad Hampi le tariffe sono maggiori rispetto a quelle praticate a Pondy (INR4.5 per Km + INR200 X h).

In viaggio per la prossima meta, discuto un’altra volta l’itinerario con Shatesh che sembra rielaborare di notte quello che ho spiegato di giorno, oggi per esempio ha deciso che vuole farmi andare su e giù come una scheggia impazzita e poi portarmi a Mysore e farmi passare ancora una volta da Bangalore….BUAAAAA prendo la cartina e spiego di nuovo il percorso che intendo seguire (gli indiani non amano le cose semplici e lineari)

Ho appena assistito ad un sorpasso da sinistra, nella terra battuta di un autobus che inclinandosi pericolosamente ha superato un camion e con ardita mossa si è poi reimmesso nella corsia asfaltata tagliando bellamente la strada al malcapitato, da applauso per la perizia, da galera per il rischio corso specie dai passeggeri allocati sul tetto del bus che, aggrappati strenuamente alle sbarre del portapacchi hanno pericolosamente ondeggiato e, reputo un miracolo che non siano precipitati rovinosamente sull’asfalto.

Sigh! Abbiamo appena attraversato la junction che, via Lakkundi, avrebbe dovuto portarmi a Badami. Chiedo lumi all’autista e lui mi dice che mi sta portando a Badami come previsto. Lascio perdere, non si può vincere. Passiamo attraverso una campagna intensamente coltivata a risaie che nonostante il tempo grigio mi mettono di buonumore con i loro verdi brillanti. In una risaia lavorano contemporaneamente un trattore e un aratro coi buoi, mentre in un campo allagato le bianche egrette consumano il loro pasto di vermi.

Dopo tutto il verde è ricominciato il bush; sono sorpresa come così tanta terra rimanga incolta, che sia terra fertile si vede dal fatto che ogni tanto ci sono dei campi rigogliosi per lo più vicini a piccole case.

Attraversiamo un’altra cittadina piuttosto caotica e ad un incrocio il mio scende per prendere informazioni. Per Badami si dovrebbe andare drittto, ma lui ha scoperto una scorciatoia che ci farà guadagnare 20km.

Bene! Unico problema, mi informa mesto, da questa strada è piuttosto complicato andare a Lakkundi. Ma scusa allora che ho detto due ore fa, quando hai cambiato i piani? Ok invece di visitare Lakkundi andiamo in un altro sito, non mancano mica i posti da vedere, si tratta solo di ottimizzare i tempi.

Per nulla mortificato o compreso mi dice con l’aria di chi si sta degnando di fare una concessione, che la mia soluzione è fattibile perché la località si trova “ondevè” (NdA: on the way).

Diluvia, sto sperimentando il monsone. La strada secondaria che stiamo percorrendo offre un paesaggio rilassante di campi di granturco, canna da zucchero e palmizi che si alternano ed è meravigliosamente ma inquietantemente deserta! Per diversi km non incontriamo che pochi pastori e attraversiamo un paio di poveri villaggi e la strada diventa piuttosto malconcia; Santhesh s’informa sempre più spesso per tema di sbagliare direzione e finalmente sbuchiamo su una strada maestra che in men che non si dica ci porta alla deviazione per Aihole e Pattadakallu in direzione opposta a Badami ma siti di una certa rilevanza. Piena campagna, l’unico segno del progresso sono gli immancabili dossi. Nonostante siano inserite sulla LP queste località ho la sensazione di trovarmi off off the beaten paths!

Sono una Pasqua! Questa è l’India rurale, la stessa campagna e gli stessi gesti ripetuti da migliaia di anni, antichi e attuali al tempo stesso. Le scene che vedo sembrano venire fuori dalla macchina del tempo eppure avvengono adesso nel 21mo secolo: una donna in saree con una capretta al guinzaglio; lavoratori di ritorno dai campi con un carico di canna da zucchero in bilico sul capo; un carro trainato da una coppia di buoi; scene non dissimili da quelle viste in altre strade, anche cittadine dell’India, ma che qui in campagna acquistano significato e si collocano nel loro contesto naturale. Poi un dhobi sul pendio roccioso di una collina mi attrae coi colori dei panni stesi sulle rocce ad asciugare e le donne intente a lavare i panni dalla sorgente che scaturisce dalla roccia, lo visiterò al ritorno.

Entriamo in Aihole l’antica capitale dell’impero, che dire?, della potenza dei Chalukya, una delle più potenti e importanti dinastie della storia indiana non rimane più nulla, nemmeno il retaggio. Tutto sparito, ingoiato dalle tenebre; miseri abituri e miseri abitanti popolano la strettissima e sporca via principale. Se le abitazioni non fossero ahimè addossate alle rovine magnifiche di alcuni templi minori, non si indovinerebbe affatto il glorioso passato di questa città. Bisogna proseguire e aggirare l’abitato per trovarsi al cospetto con l’area sacra dell’antica capitale e del superbo complesso di templi che finalmente proclama la passata grandezza.

Il sito è spettacolare e il tempio di Durga un capolavoro assoluto per finezza di sculture e per la forma particolare ad ellissi che pare sia stata mutuata dai templi buddisti.

Folla di studenti come in ogni sito finora visitato; ottima filosofia didattica quella di inculcare nelle piccole menti la coscienza di una grande potenzialità a portata di mano. Come al solito quando i turisti stranieri scarseggiano quei pochi (pochissimi siamo in 2) sono presi d’assalto dai ragazzi e fatti oggetto di mille scatti. Mi sottopongo dunque ad infinite pose con molte variazioni sullo stesso tema.

Il museo oltre ad ospitare una bella collezione di statue, ha una sala con un grande plastico raffigurante l’estensione totale dell’intera zona archeologica che è molto vasta e si estende ben oltre l’abitato.

Lasciata Aihole, sulla via del ritorno mi fermo a fare dei paralleli tra altre civiltà completamente cancellate. Pensare che solo alcune centinaia di anni fa qui, nel mezzo del nulla, una potente dinastia dominava un territorio vastissimo e ricchissimo.

Arriviamo al lavatoio, Satesh si ferma diligentemente e mi raccomanda di fare attenzione a non scivolare sulla roccia viscida, il poveretto dev’essere terrorizzato dalle continue telefonate di parenti e amici di Pondy che mi hanno raccomandato alle sue cure e che probabilmente lo fanno sentire fin troppo responsabile. Mentre eravamo in marcia ha guardato dalla mia parte ed è sbiancato chiedendomi allarmatissimo dove fosse la mia borsa che non vedeva perché posta di lato al sedile… porello! Immagino che tema ritorsioni tremende qualora mi accadesse qualcosa di spiacevole!

Faccio una serie di scatti al lavatoio, ma ho la luce contraria i contrasti andranno irrimediabilmente perduti, cerco allora di catturare con gli occhi i cromatismi incredibili offerti dai coloratissimi abiti indiani stesi ad asciugare sulle rocce bruno-rossastre su uno sfondo verde smeraldo.

Ridiscendo con cautela, più per compiacere Satesh che per effettiva necessità e scatto alcune foto alle vacche infiocchettate che ruminano tranquillamente legate ad un piolo.

Il magnifico complesso di Pattadukkalu è visibile dalla strada e gli edifici sacri di un bel giallo ocra dorato sono una calamita per gli occhi; incredibilmente la LP suggerisce di guardare i templi dall’esterno per via del biglietto esoso INR 250, meno di €5.

Apro una parentesi sul costo della vita in India in relazione al costo della vita in Italia. Ebbene da quando frequento con regolarità l’India i costi dei servizi e delle proprietà sono cresciuti a dismisura mentre i salari degli operai non hanno seguito lo stesso incremento per cui il loro potere d’acquisto si è ridotto considerevolmente, ne consegue che le fasce deboli della popolazione, un eufemismo bello e buono quaggiù, sono ancora più deboli.

Come in altre parti del mondo, il governo indiano ha adottato il sistema di tkt a fasce per la visita dei monumenti e quindi ci sono i prezzi per gli indiani, quelli per gli indiani della diaspora (ho appreso per la prima volta della loro classificazione compilando il foglio d’ingresso nel paese che danno in aereo e dove sono indicate le sigle INR RSI etc) ovvero residenti all’estero e infine il prezzo per gli stranieri; quest’ultimo paragonato al primo risulta esorbitante, ma tant’è che si fa un lungo viaggio e poi ci si rifiuta di spendere pochi euro per la visita di un sito magnifico pur essendo per noi una cifra assolutamente abbordabile?

Eppure succede, l’ho visto succedere più volte. Si entra in un meccanismo perverso secondo il quale ci si adatta al trend di spesa e si compara tutto non considerando più chi siamo e da dove veniamo. Ecco allora che si è contenti di spendere meno di un euro per un pasto completo, ma al momento di pagarne 5 per un ingresso si hanno delle perplessità! Che questo venga poi suggerito dalla guida più famosa del mondo mi sembra francamente un’enormità considerando il livello di suggestione che ha la LP come impatto sui suoi lettori.

Mi riservo di scrivere sul sito della LP la raccomandazione di non mancare di visitare il sito di Pattadukkal specie se si arriva in prossimità dello stesso che è peraltro ben tenuto con un bel prato verde e aiole curate.

I templi sono bellissimi con delle sculture di grande bellezza e mille dettagli in cui perdersi, figure mitologiche e divinità che popolano le pareti i soffitti e i mille pilastri che adornano i diversi edifici, dove il protagonista però è sempre Shiva e la sua raffigurazione più potente: il lingam.

Straordinario il tempio di Virupaksha dove ancora i fedeli hindu adorano il Dio e un brahmin sorveglia l’adito al Sancta Sanctorum dove l’immagine della divinità è adornata da ghirlande di fiori, il ghee brucia nelle lampade votive alla base insieme a mille bastoncini d’incenso, mentre la campana davanti al toro Nandi situato nel tempio opposto annuncia col suo suono la puja di un fedele…

Ho un discreto languorino cosi’ assaggio un riso al limone molto buono in un chioschetto proprio all’uscita del sito mentre Satesh si intrattiene con suo amico driver di Chennai anch’egli in tour con turisti francesi.

Belle colonne di tufo e un ombroso viale alberato ci introducono a Badami, una piccola cittadina che fu una delle capitali dei Chalukya. Non ci sono grandi palazzi e le abitazioni tutte basse sono inserite in un contesto abbastanza verde; la main road è abbastanza incasinata e diventa congestionata nei pressi del Bus Stand dove uno strombazzare ininterrotto annuncia arrivi e partenze di fiumane di persone con le loro masserizie.

Le recenti piogge hanno trasformato i bordi della strada in sabbie mobili di fango rosso dove è facile rimanere avviluppati.

Scelgo l’hotel Mookambika come base del mio soggiorno: è consigliato da tutte le guide e mi sembra che cmq non ci sia una grande scelta. Mi vengono mostrate due tipi di camera, opto per la Deluxe, ottenendo una riduzione in quanto single pago INR 850, perchè si trova al primo piano un po’ più distante dal rumore del ristorante che è rinomato e sempre affollato. La camera è stata rimodernata recentemente, i mobili sono nuovi e le pareti tinteggiate di fresco, anche i pavimenti sono stati sostituiti da poco con belle piastrelle 60×60 lucide di colore crema; tende nuove e tutto abbastanza pulito. Asciugamani bianchi e lenzuola candide. Il bagno lascia un po’ a desiderare forse è quello che ha avuto meno attenzioni però anche questo è pulito. Solito inconveniente: acqua calda dalle 6 alle 9 del mattino.

questa è Badami

 

 

purtroppo la foto non l’ho scattata io, ma un turista tedesco che si è arrampicato sulla falesia proprio alle spalle della cisterna, dove durante la stagione delle piogge si forma un salto d’acqua notevole e di grande effetto.

Lascio le mie sportine e guida sottobraccio mi dirigo a piedi alle famose cave percorrendo la strada principale fino ad una orribile statua moderna di materiale grigio scuro che rappresenta non so quale personalità che punta un dito accusatore ( o è un saluto?). Affronto una leggera salita tra due ali di casette basse dove si svolgono attività quotidiane, fino a giungere ad un assembramento di persone che attira la mia attenzione. Donne e uomini in fila o seduti ad aspettare, tengono in mano un foglietto giallo e c’è una lunga fila di bidoncini colorati che termina al cospetto di un anziano signore in dhoti, camicia bianca e turbante che, con mosse lente e misurate quasi stesse compiendo un rito, munito di imbuto riempe man mano i bidoncini di un liquido denso di colore brunastro. Con non poche difficoltà apprendo che il liquido in questione è kerosene e che i biglietti gialli sono i buoni per l’acquisto ad un prezzo politico che il governo indiano concede alle famiglie più bisognose (???). Perplessa giungo all’ingresso del sito proprio sotto un pinnacolo di tufo rosso striato in mille tonalita diverse, pago le INR 100 del tkt e dopo la solita firma sul registro degli stranieri, appositamente scartocciata dal cellophane (toh! Un italiano oggi è venuto prima di me) supero la prima rampa che conduce alla grotta 1 e poi di seguito altre due rampe in salita per le grotte 2 e 3 dai cui spiazzali antistanti si gode una vista superba della cittadina, delle colline di tufo costellate di templi che si indovinano dai mandapa riccamente scolpiti e soprattutto sulla cisterna sottostante che sembra una grandissima piscina realizzata per il diletto di qualche re potente. La grotta numero 4 si raggiunge scendendo una rampa che passa accanto a due costoni di rocce gemelle le cui striature illuminate dal sole morente mandano riflessi dorati molto belli. Le grotte differiscono per grandezza e per età, presentano invece la stessa architettura con ciscuna una veranda con ai lati le immagini del Dio a cui è dedicata, una sala con pilastri riccamente scolpita e un santuario con l’effige della divinità. Anche le volte e i soffitti sono riccamente decorati a bassorilievi; tutto l’insieme è di una bellezza commovente e ne sono incantata.

Anche qui una giovane scolaresca tenuta a bada da un gruppo di simpatici insegnanti che mi coinvolgono in una serie infinita di foto ricordo con i giovani allievi e col corpo docente, mi incammino verso l’hotel tra i richiami dei bambini che storpiano il mio nome troppo lungo e ostico da ricordare.

Sosto all’internet point che avevo adocchiato in andata e mi fermo a sbrigare degli arretrati sorseggiando l’immancabile chhai.

Finamente nella mia camera, mi faccio un’altra doccia fredda rigenerante e archivio il 3° giorno di tour senza cena anche stavolta perché sono troppo stanca, perché il ristorante giù è pieno zeppo di uomini e perché non voglio addormentarmi sul cibo….

Sono una Pasqua! L’ho già detto? Beh lo ridico. Lasciamo Badami prendendo una stradina secondaria che ci porterà alla junction per Karwar; somiglia a una delle nostre strade interpoderali con la carreggiata strettissima che consente il passaggio di un solo veicolo alla volta, ma con l’asfalto in ottime condizioni che si snoda dritto e grigio tra due filari di ficus banian dai tronchi nodosi e le radici aeree che, toccando terra, formano tanti altri piccoli tronchi. Nessun altro veicolo, solo la nostra vettura che avanza industurbata sotto questa volta di verzura che lascia trapelare solo qualche tenue raggio di sole ancora velato da uno strato residuo di nubi. Una pace idilliaca mi pervade e dimentico così le contrarietà del mattino… Ho capito che Satesh non ama svegliarsi presto al mattino e oggi ha fatto più tardi del solito, per giunta sotto il naso perché mi ha chiesto di poter usare il mio bagno e io che ero già pronta da 2 ore non ho potuto far altro che abbozzare. Ebbene è uscito dopo 40 minuti in una nuvola di profumo, poi è andato a completare la sua toletta altrove ed è arrivato così con un’ora di ritardo GRRRRR… per ritorsione non gli ho offerto la colazione.

Parentesi necessaria: poiché la maggior parte del ceto abbiente si sposta con autista al seguito, è consuetudine degli hotel non solo avere il parcheggio privato senza il quale non ottengono alcuna concessione edilizia né tantomeno licenza commerciale, provvedere anche ad un alloggio e un bagno per quanto modesto per questi drivers che diversamente sono costretti a dormire in macchina. Naturalmente più scadente è l’hotel meno confortevole sarà l’alloggio per l’autista. Nei giorni scorsi avevo avuto lamentele che il mio aveva trovato il bagno chiuso a Tumkur, ad Hampi invece pareva soddisfatto, stamattina invece qualcosa non gli ha sconfinferato e mi ha chiesto di poter usare il mio bagno. Mi rode che lui abbia fatto la doccia con l’acqua calda e io invece NO!

Ecco Sathesh il mio autista tamil

Sono di veleno! (cit.) La tecnologia sembra avermi abbandonato. Siamo appena usciti da Hubli dove abbiamo perso tempo prezioso inutilmente. Stamani, lasciata la stradina amena per una più noiosa quanto più rapida via per Hubli, ho guardato le foto che avevo scaricato ieri sera: tutte sovraesposte o con colori spenti, specie quelle delle cave di Badami che mi hanno riempito di occhi con la loro incredibile gamma cromatica. Non posso fare a meno di pensare alla malefica creatura che proprio poche ore prima di partire guardandola con disprezzo ha definito la mia fida fotocamera una macchina fotografica di m…a! (questo si chiama picchio dalle mie parti).

Ma non è finita qui, il mio prezioso net-book in barba alle 6 ore di autonomia si è scaricato di botto e non ho potuto avvantaggiarmi del paesaggio monotono dei campi di granturco per portarmi avanti col lavoro. Last but not least, mi è finito il credito nel cell indiano e ho dato 500 rupie a Satesh per ricaricarmelo, perciò ad Hubli, grosso centro e snodo commerciale verso la costa del nord dello stato, ci siamo fermati per effettuare la ricarica. Soldi pagati, sms di conferma ricarica effettuata ricevuto, ma credito sempre esaurito, come mai? In più di un’ora non riusciamo a venirne a capo malgrado le 100 telefonate a tutti i servizi assistenza dell’Airtel. Basta sono stufa e tanto non se ne viene a capo. Rimetto la SIM italiana e …non c’è accesso alla rete…. ARGH!!

Siamo fuori Hubli sulla via per Gokarna, Satesh ha già chiesto indicazioni ad un paio di persone improbabili cosa che mi ha contrariato non poco, ma tant’è che il mio umore al momento non è dei migliori; adesso tocca all’ennesimo personaggio nel giro di pochi minuti evidentemente stamattina avevo avuto un’impressione sbagliata credendo che avesse studiato l’itinerario evidentemente lo ha fatto fino al primo snodo importante, per la seconda parte si va a usta.

E di usta è proprio il caso di parlare visto che sta chiedendo indicazioni ad un tizio dall’aspetto not very quick, proprio davanti alla discarica della città con una puzza inimmaginabile. Il tipo balbetta qualcosa di inintellegibile e io manifesto il mio disappunto per la scelta poco felice del luogo di sosta, Perdo la pazienza quando il mio chiede la distanza in km alla nostra destinazione, con uno scatto di ira malcelata gli dico che mancano 160 km alla meta mostrandogli la cartina e dicendo che l’informazione era scritta sul cartello che abbiamo appena superato. Decisamente la mia opinione sull’autista ha subito un brusco calo.

Mi disinteresso a lui e alla strada del tutto priva di attrattive finchè in un punto imprecisato della strada verso la costa, la solita fila interminabile di camion ci prospetta un’altra ben più grave e noiosa perdita di tempo.

Superiamo con molte difficoltà e una certa determinazione da parte del driver alcuni chilometri di coda, finchè un tizio sbracciandosi ci indica una via di fuga. Si tratta di fare una diversione attraverso la campagna. Senza esitare l’autista si avvia su questa stradina di campagna.

Dopo un paio di villaggetti il paesaggio sta cambiando, i campi coltivati hanno lasciato il posto alla foresta e avanziamo completamente soli per una delle più belle strade mai percorse tra alberi dal fusto alto e sottile con foglie piuttosto laghe e carnose, non ho idea di cosa siano; scatto un paio di foto dall’auto in corsa, ma tanto non riuscirei mai cogliere l’atmosfera fuori dal tempo nella quale ci roviamo, ho l’impressione di riuscire a sentire il battito della foresta…mi beo dello scenario che mi circonda. Dopo i massaggi al corpo al capo ecco un perfetto Full Eye massage! Relax e felicità assicurata.

L’ennesima indicazione ce la dà un tizio biancovestito con il distintivo di Om Shanti e infatti più avanti scoriamo diverse attività e abitazioni con lo stesso simbolo

Dopo una ventina di km di questa goduria sbuchiamo a Yellapur sulla strada principale. Dalla cartina leggo che abbiamo appena attraversato una riserva naturale. Bene anzi benissimo! Adesso mi sono riconciliata con il genere umano e guardo con più benevolenza anche l’autista.

Satesh si ferma ad un incrocio e prende una deviazione a sx spiegandomi che ci farà riparmiare 25 km, e così ci riaddentriamo in un’altra foresta, staremo risparmiando km sicuramente non tempo, visto che la strada, per quanto assolutamente sgombra, non consente di tenere una velocità nè constante nè tantomeno sostenuta..

Non mi ero resa conto che fosssimo tanto più in alto rispetto al livello del mare, stiamo percorrendo una discesa piuttoso forte con una serie di tornanti che confermano la scarsezza del guidatore nell’affrontare le curve.

La vegetazione sta rapidamente cambiando, gli alberi lasciano il posto ad alte palme e banani e l’aria si va via via riscaldando. Dall’ennesimo tornante vedo finalmente il mare e la costa verso nord. Ah! la distesa luccicante mi apre ancora di più il cuore. Siamo quasi arrivati.

Ci fermiamo a mangiare in un posto per camionisti, cibo ottimo naturalmente a confermare anche ai tropici che gli autisti sono buone forchette. Mmmm Satesh si è seduto al mio stesso tavolo, grave mancanza di etichetta, che si stia prendendo delle confidenze? Lo ignoro per tutto il pasto per manifestare il mio disappunto alla sua imposizione e poi (a riprova che si prende confidenze) al momento di pagare si eclissa. Ecco è diventato scontato che io debba pagargli il pranzo. Vuol dire che alla fine del viaggio la mia mancia non sarà così generosa…

Finalmente Gokarna! Ho un paio di hotel tra i quali effettuare la scelta: il primo è ben situato in centro con una camera molto grande ma che puzza di muffa il secondo è in città ma decentrato e il terzo fuori paese, completo. Vado in un resort non segnato proprio prima dell’ultimo che ho visitato, l’ingresso è attraverso un bel giardino curato e il viale conduce ad una serie di palazzine ad un piano immerse nel giardino.

Dopo una, tutto sommato breve contrattazione, mi offrono la camera doppia uso singola a INR1000 e io accetto perchè il posto mi piace molto.

La camera è spaziosa, nuova con il solito arredamento indiano coronato da tendine a fantasia decisamente ignobili, pero’ tutto pulito e nuovo: mi danno subito lenzuolo extra e 2 asciugamani c’è pure un bel terrazzino che si affaccia sulla valle sottostante e dal quale si vede il mare.

Mollo il bagaglio e vado a espletare la registrazione, sono pronta per il mio tour di Gokarna.

In macchina fino a dove ne è consentito l’accesso, praticamente alle spalle del tempio di Ganapathi. Gokarna si sviluppa attorno alla strada principale che è tutta un fiorire di attività commerciali legate al turismo straniero e quindi decine di Internet point, ristoranti con specialità pseudo-occidentali e la solita pletora di negozi di souvenir che vendono le stesse cose in tutti i posti turistici dell’oriente.

Nota caratterizzante qui il simbolo dell’OM imperversa stante la vicinanza con l’OM beach.

La main street è stretta e pavimenta e ai lati ci sono ancora delle vecchie case in legno molto belle che conferiscono all’ambiente un fascino particolare.

La fauna turistica è composta da hippies post-romantici o di ritorno, popolo della new-age e backpackers, non vado matta per il genere freak nell’accezione vetero dell’identificazione, per cui sono ben contenta della mia sistemazione defilata.

I due templi principali sono proprio vicinissimi e mi fermo subito a quello di Mahabaleshwara.

Non è consentito il darshan agli stranieri in compenso mediante donazione di INR100 ottengo la recita di un rudra. Pago l’obolo per il quale mi viene rilasciata ricevuta in duplice copia bollata e timbrata dall’addetto che poi consegna al sacerdote brahmin che a sua volta mi conduce nella sala delle preghiere: uno stanzone enorme dove una cinquantina di monaci salmodianti è seduta a gambe incrociate e dondolandosi ripetono i mantra che uno di loro munito di microfono continua recitare scandendone il ritmo.

Mi accomodo su una stuoia anch’io e il sacerdote chiede il mio nome che poi ripete storpiandolo, prende una manciata di riso e la mette nelle mie mani a coppa, dopo aver recitato alcuni versi con la sua cantilena dondolante riprende il riso dalle mie mani e va ad offrirlo alla divinità; riprende la litania e la mezz’ora successiva è impegnato a mondarmi dai miei peccati (quali? con tutte le indulgenze accumulate negli ultimi anni sono a posto anche per le prossime vite) mi cosparge il capo di acqua benedetta, indi mi prepara un sacchettino contenente la ricevuta, un fiore di ibisco bianco, cenere e una bustina trasparente contenente dei cristalli diafani di non so che materiale. Saluto con un Namastè il mio mentore e tutta l’assemblea e mi avvio all’uscita.

Gokarna è anche, anzi, prima di tutto, un importantissimo centro religioso e i numerosi negozi a tema religioso che si trovano nei pressi dei templi ne sono la testimonianza insieme con il numero consistente di fedeli all’interno dei templi nonostante non sia più (o non ancora) l’orario della puja.

La strada principale finisce con un ponticello che attraversa un canale di acqua salmastra superato il quale comincia la spiaggia del paese in tutto simile nelle caratteristiche a quelle del Kerala o del Goa: sabbia dorata, lunghissima, larghissima e popolata di indiani che passeggiano, giocano, mangiano o si bagnano.

Ad una estremità ci sono barche di pescatori in secca mentre un paio stanno rientrando da una battuta di pesca. Mi soffermo per un paio di scatti, ma la luce non è benevola neanche oggi…

Torno in hotel e mi preparo ad un meritato relax nel mio terrazzino privato dopo una bella doccia calda solo il pessimo funzionamento del PC dell’hotel riuscirà ad incrinare (per poco) il mio nirvana !

Mi sveglio riposata, fresca come una rosa e allegra come un fringuello. Il mio primo pensiero è affacciarmi dal terrazzino per inspirare a fondo l’aria tiepida non ancora arroventata dai raggi del sole che promettono una grande calura nel prosieguo della giornata.

La colazione mi viene servita in una terrazza coperta con il tetto di legno e paglia, il tizio che viene a prendere l’ordinazione è palesemente il giardiniere prestato al servizio ai tavoli temporaneamente che conosce 4 parole d’inglese in croce e ripetute in un ordine preciso, se gli si cambia l’ordine è perso, perciò assisto divertita alle peripezie di una coppia di olandesi che ordinano due succhi di frutta e poi le scrambled eggs per le quali è alla fine necessario l’intervento dell’addetto alla reception convocato dal cameriere ormai disperato (mi stupisco anzi che abbia preso da solo, in autonomia, l’iniziativa di andarlo a cercare!)

Stamattina prevedo di visitare un paio delle famose spiagge nelle vicinanze almeno le più facilmente raggiungibili.

Siamo già sulla stradina che porta alla OM Beach, a 6 km da Gokarna e che corre lungo la sommità di una collina dalla quale ho una visione d’insieme di tutto il tratto di costa su fino a Karwar (presumo) e della sottostante Kuddle Beach che decido di non visitare perchè troppo esposta ai marosi che non ne fanno un luogo sicuro e piacevole per una nuotata.

Om beach ha questo nome per via delle 2 insenature contigue che sembrano formare il simbolo dell’OM al rovescio. Ci fermiamo al “posteggio”, ma la spiaggia è ancora lontana e bisogna scendere diverse rampe di gradini sconnessi per raggiungerla.

Suggestivo lo scenario con le palme e le mangrovie a limitare l’arenile di sabbia rosa a grana grossa (quella che non si attacca facilmente); anche qui ci sono le onde che si frangono ma arrivano molto più smorzate rispetto a alla spiaggia di Kuddle o di Gokarna ed è quindi possibile fare il bagno con una certa tranquillità (Io non ci penso proprio, il mare dal fondale sabbioso non ha per me alcuna attrattiva e poi l’onda continua agita l’acqua specie in prossimità della riva intorbidandola e rendendola poco invitante ai miei occhi).

La spiaggia di primo mattino è frequentata da giovani indiani che fanno il bagno e foto ricordo; c’è anche un viavai di ragazzi occidentali zaino in spalla diretti al parcheggio degli auto risciò e alla loro successiva destinazione; una ragazza occidentale che prende il sole in pallida solitudine; tutti gli altri frequentatori della spiaggia sono ai tavoli dei caffè a consumare la colazione o la prima birra della giornata rilassandosi e godendo del paesaggio.

Comincio lo scrutinio delle attività commerciali che si affacciano sulla spiaggia e realizzo una sorta di censimento fotografico.

Nella prima insenatura ci sono alcuni caffè che offrono anche alloggi spartani in capanne di paglia e poi poco altro perchè il fronte dell’insenatura è quasi interamente occupato dal giardino recintato dell’hotel SwaSwara un mega-resort esclusivo annegato in un giardino immenso.

L’altra insenatura è più movimentata: internet, caffè, telefoni, agenzie e locande, tutto però in capanne o tettoie dall’aspetto provvisorio ma molto alternativo. Per arrivare a queste sistemazioni non c’è altra via che quella che sto facendo perciò lo zaino in spalla è la condizione indispensabile.

All’estremità del golfo mi fermo a guardare l’OM stavolta dal punto di vista giusto ed è perfetto! Sento vibrare il suono primordiale nel rumore dell’onda che s’arrotola e s’impenna prima di frangersi con uno schiocco sonoro sulla battigia….bellisimo posto!

Sto sperimentando l’incontro col buzzurro indiano!!! Sono risalita piuttosto accaldata dalla spiaggia e dopo un bel chhai nel chioschetto più lercio che si possa immaginare, una volta in macchina, Satesh ha messo in moto e ha lasciato la radio accesa (lo dico che si sta prendendo confidenze!) Adesso ascolto un medley di funky e hip-hop indiano a palla! Per completare l’immagine ho i piedi fuori dal finestrino

Stiamo andando adesso a Kollur attraversando la più grande riserva naturale del Karnataka, la Mookambika Wildlife Sanctuary di una bellezza…. (CHEVVELODICOAFFA’?)

Kollur è un villaggetto cresciuto attorno al tempio di Mookambika, e circondato da questa natura rigogliosa. Una sola strada principale che porta al tempio con decine di ristoranti e lodge per accogliere i pellegrini sempre molto numerosi che vengono per il darshan.

Grande spiritualità fuori e dentro il tempio consacrato a Parvati, la moglie di Shiva, nonostante non sia un giorno particolare la fila dei fedeli si snoda con un serpentone che gira due volte intorno al tempio interno dove una serie ininterrotta di lucerne d’ottone sospese fa da cornice al percorso.

Mi metto subito in coda tra mille sorrisi e altrettanti sguardi curiosi poiché sono l’unica occidentale (non credo se ne vedano molti da queste parti), seguendo le regole e i gesti ormai conosciuti di chi si appresta ad un darshan, mentre gli uomini prima di entrare nella zona sacra si levano la camicia perchè per loro è obbligatorio entrare col torso scoperto.

Un percorso obbligato che passa ad una certa distanza dal sancta delimitato da ringhiere sembra essere l’approccio usuale, ma un sacerdote che dirige il traffico dei pellegrini, vedendomi straniera e forse commosso dalla mia generosa donazione, mi fa cenno di seguirlo fino alla porta del sancta dove altri sacerdoti sono affaccendati nei sacri lavacri e nell’acconciatura di fiori e offerte della divinità. Addirittura distoglie uno dei brahmins dai sui uffici per farmi dare spiegazioni dettagliate e così ottengo un super darshan di almeno 5 minuti un tempo biblico considerati i pochi istanti in genere accordati agli altri fedeli. Che dire? Lo considero un grande privilegio e con animo leggero torno alla macchina.

Ci aspetta l’attraversamento di un’altra porzione della riserva per raggiungere di nuovo la NH17 in direzione di Udupi.

Sbuchiamo all’altezza di Kandivar e nonostante non sia una litoranea la strada che corre lungo questo tratto di costa fino ad Udupi è di una bellezza mozzafiato!

Una teoria infinita di palme declinate in tutte le tonalità di verde così brillante da fare male al cuore; corsi d’acqua con isolotti sempre ricoperti di palme e palme sulle rive inclinate ad accarezzare l’acqua… scatto alcune foto dalla macchina in corsa perchè non posso chiedere all’autista di fermarsi ad ogni metro.

Questi sono i paesaggi con gli elementi che mi procurano pace e serenità: acqua e vegetazione lussurreggiante.

Arriviamo ad Udupi e subito ci si para dinanzi l’indicazione per il tempio dedicato a Krishna che si trova nella parte vecchia della città e infatti la stretta via che sale verso il tempio è piena di vecchie case in legno, molte delle quali in abbandono, ma che danno l’idea generale di come doveva essere quella zona un centinaio di anni fa.

Davanti all’ingresso principale del tempio ci sono 3 carri usati nelle processioni per trasportare le immagini della divinità, carichi di festoni e uno stuolo di persone che vi si affaccenda intorno con ghirlande di fiori; ci sarà una grande celebrazione di sicuro di qui a breve.

Prima di entrare, faccio uno spuntino: mangio 4 bananine e bevo due cocchi .

Non c’è una grande fila, forse tutti aspettano la celebrazione come momento più propizio e così in men che non si dica mi ritrovo a guardare attraverso il vetro, il sancta con la divinità tutta infiorata al suo centro.

Stavolta il sacerdote non è compiacente e con un secco jaldi jaldi (visto che sono straniera mi parla in hindi…) mi intima di levarmi di torno per fare posto agli altri.

Checchè ne dica la LP, che il tempio non sia granchè, Io l’ho trovato molto interessante e anche bello. La struttura originaria, tutta in legno con delle balconate che girano intorno al sancta sanctorum anch’esso in legno e l’altare foderato in argento sbalzato, così come i pilastri principali, sono stati inglobati all’interno di una enorme struttura moderna con diverse ali e tante hall per raduni e preghiere collettive. Per quest’ultima costruzione sono d’accordo nel dire che non comunica nulla, ma l’interno dell’area sacra è, secondo me, degno di nota e vale il viaggio anche solo per ascoltare i fedeli che recitano i mantra in gruppo o pregano o meditano incuranti di quello che gli succede intorno.

Mi fermo un bel po’ all’interno del tempio perchè mi piace l’atmosfera e quando torno alla macchina trovo Satesh profondamente addormentato; mi fa specie svegliarlo, ma non posso farne a meno: anch’io sono stanca e devo ancora trovare l’alloggio.

Siccome voglio vedere la spiaggia di Udupi ho individuato un hotel che si trova proprio a Malpe beach fuori dunque dal centro città. Mi indispongo con l’autista, quando questi chiede l’indicazione per la spiaggia ad un anziano mendicante al quale non ha neanche fatto l’elemosina e che chiaramente non ha alcuna idea di dove si trovi: la spiaggia, l’hotel e forse gli è sconosciuto persino il concetto di mare….e glielo faccio notare con un tono piuttosto duro.

La Guest House che era descritta come un posto molto carino e accogliente è in cattivo stato e perciò opto per l’albergone sulla spiaggia che offre anche sistemazioni più economiche.

Il Paradise Island Beach Resort ha delle pretese di alta categoria, ma molte di queste non sono mantenute specie per gli ospiti che hanno scelto la sistemazione deluxe e l’hanno pagata cara. Per quanto mi riguarda invece è perfetto ed il prezzo per la singola INR 1280 (€20) per i servizi offerti molto più che ragionevole, anzi lo definirei un affarone. Il personale alla reception poi è davvero garbato, gentile, amichevole e disponibile.

La mia camera è grandissima con due letti gemelli a una piazza e mezza accostati a formare un lettone a 3 piazze (goduria). Il bagno è pure molto ben attrezzato con una grande vasca.

La categoria inferiore della stanza è determinata dalla mancanza dell’aria condizionata (figuratevi quanto m’importa visto che dormo con la copertina di lana!) e al fatto che la finestra si affaccia su un cortile posteriore certamente non bello da vedere (basta tenere le tende accostate) per il resto è lussuosa e confortevole.

Quasi quasi mi faccio un bagnetto in piscina… doccia veloce, costumino e via… amara delusione! La piscina è piena di alghette in sospensione e in un punto ci sono pure animaletti. Passata subito la voglia di nuotare, vado a fare due passi in spiaggia.

La spiaggia di Malpe è una rivelazione. Abbiamo attraversato il sobborgo di Malpe che altro non è che la marina di Udupi dove si trova anche il porto peschereccio che vanta una flotta numerosa di imbarcazioni che solcano il mare arabico spingendosi talora, fino alle Laccadive. Molte sono le industrie dell’indotto ittico per la conservazione del pescato, i cantieri ecc e i capannoni legati a queste attività sono visibili anche dalla spiaggia che si trova qualche chilometro più in là rispetto al porto.

La sabbia è fine e di un giallo paglierino, fresca al tatto, farebbe la felicità di tanti conoscenti; larghissima e lunghissima (non si vede proprio la fine), delimitata da palme e mangrovie e animata, anzi, animatissima!

Qualche ospite del mio hotel, russi anche qui, rientra dopo una nuotata, ma non sono loro ad interessarmi: famiglie, gruppi di ragazze, gruppi di ragazzi, singoli, a coppia, con o senza bambini, che nuotano o giocano, che pregano, mangiano, chiacchierano e scattano migliaia di foto con tutti e di tutti.. questa è l’India che si diverte e io passeggio sorridente in mezzo a questa umanità allegra e gaudente.

C’è la fila per provare le moto d’acqua o per un’escursione in battello forse fino alle isolette che si vedono a un paio di miglia dalla costa.

Decine e decine di aquiloni come allegri e colorati spermatozoi dalle code guizzanti punteggiano il cielo, sono bambini e anche più grandi che li fanno volare; i padri insegnano ai figli e i ragazzi si sfidano in gare di bravura, ma nessuna caccia, solo competizione e divertimento.

Coni gelato e coppetti pieni di riso soffiato passano continuamente di mano e i venditori ambulanti fanno buoni affari….

Scatto diverse foto a un lingam modellato con la sabbia proprio sul bagnasciuga e adornato con una ghirlandina di fiori, una puja dunque. Mi fa riflettere la combinazione di quel simbolo che è l’estrema potenza, la forza creatrice con l’impermanenza dell’effige di sabbia che verrà spazzata dalla prima onda…

 

 

 

 

Un’energia positiva s’irradia da questo consesso così disparato di persone e Io sono felice di esserne parte.

Cena al ristorante dell’hotel con veg chow mien, cucumber raita, tandoori prawns e naan: sono satolla e vado a nanna

L’ha fatto di nuovo! Stavolta l’ho sgridato e l’ho offeso! E che cavolo!

Stamattina ero in grazia di Dio dopo una bella colazione con succo di anguria, chai, pane burro e marmellata e un lassi dolce. Partiti quasi in orario perchè ci aspetta un lungo viaggio attraverso le montagne, l’autista si ferma al primo incrocio per chiedere la direzione per la prima località che dobbiamo raggiungere: Sringeri un villaggio di montagna ad un centinaio di chilometri di distanza dove sorge un famoso santuario.

A chi va a chiedere l’informazione? Alla fermata dell’autobus ad un derelitto che palesemente non ha alcuna idea del mondo al di fuori di un raggio di pochi chilometri… L’avrà capita? Sarò stata chiara? Mah!

La strada s’inerpica per le colline e in breve ci troviamo ad una discreta altezza; l’aria è diventata meno pesante e il caldo meno opprimente. La strada è bellissima, mi sono innamorata delle strade dell’India; mi trasmettono belle energie e mi fanno stare bene. Stiamo attraversando le estreme propaggini dei Ghati Occidentali e ci addentreremo sempre più all’interno di questa catena tagliandola trasversalmente per giungere alla odierna meta finale: Hassan.

Guardo estasiata dal finestrino gli alberi fitti, le famigliole di scimmie ai bordi della strada e affronto con stoicismo i tornanti che Satesh continua ad abbordare malissimo.

Ci fermiamo ad belvedere chiamato osservatorio del tramonto; benchè sia un po’ presto godo lo stesso del magnifico panorama che si abbraccia dalla terrazza sospesa sul verde: catene ininterrotte di monti ricoperti da fitta vegetazione che scolorano in un azzurrino tenue proprio al confine dell’orizzonte e del mio campo visivo. Tra gli alberi più vicini spiccano i cosiddetti Flame of the Forest con i loro fiori rossi fiammeggianti che fanno da contrappunto al verde dominante.

Fermi come noi, due pullman e diverse jeep cariche all’inverosimile di pellegrini, diretti anche loro a Sringeri, che hanno riversato i loro passeggeri sul piccolo terrazzo e adesso sono intenti a farsi foto su foto. Ancora una volta divento il soggetto principale dei loro scatti e stavolta non ho proprio nessuno con cui dividere le loro attenzioni, devo mettere un punto alle foto altrimenti annottiamo.

Sringeri è una piacevole sorpresa. La cittadina piuttosto sonnolenta è annidata in ulna conca della collina dove passa un fiumiciattolo, e circondata da lussurreggianti piantagioni di caffè. Gli unici punti movimentati sono il Bus Stand, vero cuore pulsante di tutte le città indiane grandi e piccole, e il parcheggio del tempio dove decine di auto di fedeli in pellegrinaggio sostano in attesa che i loro occupanti ottengano il darshan.

I pellegrinaggi in India muovono un business di grandissime proporzioni, si può dire che il turismo indiano è per la massima parte religioso. A cominciare dal noleggio dei veicoli di trasporto: autobus grandi e piccoli, pullmini e le famigerate jeep; naturalmente c’è chi si muove col mezzo privato, in ogni caso tutti questi mezzi in movimento sono riconoscibili dagli addobbi e dagli stickers a soggetto religioso che dichiarano la loro vocazione.

Le jeep sono quelle che più mi incuriosiscono, perchè all’interno di esse trovano posto decine di persone le une sulle altre insieme alle masserizie per accampamenti di fortuna che bisogna prevedere visto che i luoghi santi sono tutti ugualmente presi d’assalto e spesso è impossibile trovare posto nelle pur innumerevoli locande per pellegrini. Questi veicoli diventano la casa per diversi giorni a volte settimane, tanto ci si impiega a fare il giro di tutti i santuari.

Si vedono sfrecciare lungo le strade, con le loro bandiere arancioni, rosse o nere, ghirlande di fiori sul cofano e altarini vari all’interno; portapacchi pieno di borsoni e sovente anche qualche passeggero che trova posto solo insieme ai bagagli, sfidando il vento e affidandosi ai muscoli delle braccia per reggersi in equilibrio durante la spericolata guida del conducente.

Il tempio di Sringeri è un grande complesso moderno che racchiude al suo interno diversi edifici, sale, hall, refettori, scuole, un tempio antico con bellissimo mandapa scolpito e uno più recente il cui interno è adornato da pilastri scolpiti. In entrambi sento bellissime vibrazioni forse prodotte dall’OM recitato senza soluzione di continuità il cui suono esce fuori da un altoparlante; fatto sta che dentro e fuori i due luoghi di culto, ci sono decine di fedeli in meditazione che sembrano assorbire, ma anche rilasciare l’energia del divino. Molto suggestivo.

Scendo ai ghat per assistere alle abluzioni e nutro anch’Io i pesci sacri del fiume che si fanno financo accarezzare tanto sono abituati alla presenza dell’uomo.

Un ultimo giro passando per l’interno dei templi per ascoltare ancora una volta il mantra e poi di nuovo in marcia; la prossima tappa sarà lunghissima.

La destinazione successiva è Belur, ma non ci sono vie dirette qui sulle montagne perciò bisogna scegliere una direzione e proseguire fino a un incrocio conveniente. La nostra direzione è Chikkamagalur, il centro di commercializzazione di tutto il caffè prodotto da queste parti e pertanto località conosciutissima.

La strada non è in condizioni ottimali, ma il paesaggio compensa il disagio. Prendo la cartina e segno la direzione per evitare sorprese, ma tant’è che ad un incrocio in aperta campagna l’autista devia e ci addentriamo per una 50 di chilometri (che corrispondono ad un’ora e mezza di tempo) attraverso bellissime piantagioni di tea e di caffè.

I cartelli indicano i vari Estate e le grandi magioni che si intravedono raccontano storie di grandi ricchezze.

Finalmente arriviamo ad un bivio con tanti cartelli stradali e le distanze in km. Faccio notare all’autista che Chikmagalur è nella direzione opposta a quella in cui procediamo, fa cenno di girare la macchina al che prendo in mano la situazione e gli intimo di proseguire per la stessa direzione visto che comunque Chikmagalur non è la nostra estinazione possiamo fare una strada alternativa. Non posso proprio perderlo d’occhio!

Ci fermiamo per uno snack in un minuscolo villaggetto di nome Magundi, lo trovo sulla mia mappa dettagliata del Karnataka, ma mi riprometto di cercare su Google Maps per vedere se è segnalato.

Pochissimi turisti da queste parti, molto pochi, e la signora del ristorante si fa in 4 per compiacermi; oltre ai chapati che ordino mi porta anche una deliziosa insalatina di rape rosse e un sambal gustosissimo e pur non avendo fame mi ritrovo a mangiare con gusto questo cibo semplice.

Satesh ha consumato il suo spuntino nella sala interna mentre Io sono rimasta nel portico. Per due snacks e due chhai pago 40 rupie (60 cent).

Scatto qualche foto ai pescetti secchi che fanno bella mostra, ma cattivo odore nelle ceste di vimini di un paio di negozietti, rispondo alle tante domande, foto di rito (ormai con le fotocamere incorporate nei cellulari tutti si concedono una foto)

Sono a Belur, modesta cittadina dove è presente una numerosa comunità musulmana,diverse donne indossano il burka e un paio di moschee moderne ostentano i loro minareti colorati. Il tempio si trova alla fine della strada principale su un’altura che domina con la sua gopuram gialla piena di statue.. Lascio le scarpe allo stand e faccio per entrare, ma il militare all’ingresso mi dice che non sono ammessi i cellulari all’interno del tempio e allora faccio una rapida marcia indietro, per fortuna la macchina è proprio sotto la scalinata del tempio. Finalmente dentro sono catturata dall’edificio centrale dalle pareti riccamente scolpite, la base e formata da fasce a bassorilievo ognuna con lo stesso soggetto principale in pose differenti; nella parte superiore ci sono invece delle formelle con le effigi di divinità estremamente dettagliate nei particolari degli indumenti e nell’espressione dei visi nonché nelle pose plastiche delle figure.

Se l’estermo mi ha colpito l’interno mi lascia stupefatta: una sala a croce con una selva di pilastri torniti un paio dei quali traforati fittamente con figure di uomini ed esseri mitologici. L’ambiente è molto buio sia perchè la luce entra solo attraverso le piccole porte e sia perchè il materiale con cui è costruito o rivestito l’interno è marmo nero. Un grande riflettore posto sotto la cupola centrale viene direzionato a richiesta sulla zona che si vuole osservare e alla luce di questa potente lampada si scoprono mille dettagli incredibili di questa opera d’arte assolutamente spettacolare che può rivaleggiare con i più bei monumenti gotici dell’occidente.

Nel cortile ci sono diversi turisti, questo posto è molto famoso ed è ovvio che richiami un po’ di visitatori, non tanti quanti ne meriterebbe comunque..

La prossima tappa è Halebid e si trova a poca distanza da Belur; Satesh mostra segni di stanchezza ha guidato per 400 km su una strada tutt’altro che agevole, anyway siamo al rush finale…

Halebid è poco più di un villaggio ben lungi dalle glorie passate e il tempio è il centro vitale del paese. Il bel parco che lo circonda, con i prati ben curati e le aiuole fiorite è il luogo di ritrovo e di relax per la gente del posto, per cui questa animazione all’esterno fa si che sembri un luogo vivo e moderno piuttosto che un ricordo del passato.

Il recinto esterno è pieno di bancarelle che vendono snack e ci sono pure diversi venditori di cartoline, i primi che incontro quest’anno, peraltro non molto insistenti e con prezzi asssolutamente ragionevoli.

Il tempio è un grande edifiocio a balze con le pareti esterne totalmente ricoperte di sculture pregevolissime di una perfezione assoluta. Faccio alcuni scatti dei dettagli di una statua: un vero e proprio merletto di pietra.

All’interno nel sancta un sacerdote offre la benedizione con acqua santa mentre altri al cospetto dello shiva-linga recitano delle preghiere che leggono da un libretto. Apprezzo molto il fatto che venga ancora praticato il culto all’interno di questo splendido monumento che gli conferisce una vitalità che andrebbe altrimenti perduta.

Ultimo sforzo fino ad Hassan dove ho individuato un paio di hotel, la mia scelta cade sul Suvarna Regency, che, dice la LP, è uno dei migliori, ma la mia guida è ormai troppo datata e da quando è stata stampata altri alberghi sono sorti.

In ogni caso è tardi, sono stanca, l’autista è stanco e non voglio perdermi in dettagli, quindi guardo la camera che e’ molto bella e accetto il prezzo di 780 INR che è quello stabilito per la doppia, nessuno sconto per la single occupancy. OK. Mando l’omino a prendere i bagagli, mi accordo con l’autista per l’orario di ripartenza e compilo tutti moduli per l’accettazione, pago e mi viene rilasciata la ricevuta

Nel frattempo, un altro cliente è arrivato e anche lui chiede una camera singola, gli viene data la stessa risposta: no camere singole prezzo INR 780 e quello chiede la tariffa per l’uso singola; il ragazzo della reception prende tempo facendogli compilare i moduli poi mentre Io stavo per andar via gli comunica in kannada la tariffa di 600 INR (la cifra lo stolto la dice in inglese) al che mi giro indignata e pianto uno di quei casini che ricorderanno per un po’. Li riempio di contumelie, mi faccio restituire il denaro e vado in macchina a chiedere a Satesh di andare altrove spiegandogli brevemente l’accaduto.

Avevamo oltrepassato un altro hotel e ci dirigiamo dunque senza esitazioni: la categoria è decisamente inferiore, ma per una notte può andare tanto più che hanno un tariffario chiaro e ben dettagliato anche sul biglietto da visita e il personale sembra così entusiasta di compiacermi che decido di restare… uff!

Idli e coconut chutney, masala wara e tomato chutney a colazione sono una sferzata di vitalità, provare per credere!

Con questa leggera tiffin (colazione indiana) servitami premurosamente in camera, comincio il mio penultimo giorno di viaggio, entro oggi bisogna lasciare il Karnataka perchè scade il permesso della vettura.

Il soggiorno all’hotel Kodambo lo posso classificare buono (nonostante la televisione della hall abbia abbaiato fino a notte inoltrata) e stamattina tutto lo staff è presente a salutarmi. Veramente una bella accoglienza, spesso sono le persone che fanno il posto.

La strada verso Mysore è monotona, campi di canna da zucchero che si alternano ad altri di granturco. È una grande distesa pianeggiante che non offre alcuna interruzione visiva.

Nella circonvallazione di Mysore l’autista sbaglia un paio di svolte e giriamo in tondo per una mezzora prima di azzeccare la direzione giusta. Chiedo lumi sul percorso che intende seguire e studiandolo sulla cartina vedo che passa vicino a Somnathapur, dove c’è un tempio famosissimo. Spiego a Satesh che voglio andare e lui non obietta perchè tanto è ondevè.

Per interrompere il viaggio è un ottimo diversivo.

Il villaggetto è carino, ha più l’aria di una zona residenziale che quella di un paesino di campagna; tutte le casette colorate attorno al tempio hanno un minuscolo giardinetto davanti e questo le fa sembrare più accoglienti. Davanti all’entrata del tempio diversi negozietti per turisti, molto discreti e con oggettini particolari, così come discreti sono i venditori di cartoline o gli uomini che si propongono come guide.

Pago il tkt di 100INR e faccio il giro di questo capolavoro di scultura. L’ edificio dello stesso periodo e della stessa dinastia di quelli di Belur e Halebid è l’unico ad essere stato completato e in effetti l’esterno è cosi pieno di dettagli che mi perdo nell’osservazione dei particolari ancora una volta. L’interno non è altrettanto bello di quello di Belur ma un paio di cupole del soffitto sono impressionanti.

Mentre giro lungo il perimetro esterno di gran lunga più interessante, un visitatore leggendo il titolo della mia LP, mi chiede se sono italiana; comincia una lunga conversazione che ci porta dalle considerazioni di carattere generale, ai suggerimenti di viaggio, alle esperienze vissute da entrambi in India.

Fabrizio, è in compagnia di 4 suoi colleghi indiani, sono tutti ingegneri naturalmente e questo da la stura ai commenti sull’economia e il progresso del paese. Alcuni di loro si trasferiranno a Milano nel giro di una settimana (porelli) per adesso sono tutti riuniti a Bangalore per il matrimonio di un altro collega. Ci scambiamo i contatti e documentiamo l’incontro con una foto ricordo. Il tempo è passato così piacevolmente in loro compagnia che la telefonata di un Satesh preoccupato (non per la mia incolumità, ma perchè si fa tardi e il viaggio è lungo) mi arriva inaspettata..

Commiato caloroso e di nuovo in marcia.

L’incontro però mi ha messo di buonumore e realizzo che l’unica cosa che mi manca in questo viaggio è la possibilità di non poter condividere, emozioni, sensazioni ed impressioni con una persona affine. Con questo sconosciuto ho trovato subito un collegamento e per questo ho avvertito maggiormente il senso di perdita, avrei (avremmo) voluto continuare il nostro discorso sull’India, ma abbiamo già esaurito e siamo andati ben oltre i tempi di un incontro occasionale.

Scrivere questa sorta di giornale quotidiano mi ha aiutato non poco a sfogare il mio bisogno di condivisione della bellezza assorbita e domani rileggendomi potrò ricordare e spero rivivere alcune delle esperienze vissute.

Stiamo ormai viaggiando da 4 ore e la strada è pessima avrei voluto dormire, ma gli scossoni me lo hanno finora impedito.

Finalmente in lontananza vedo le montagne che dobbiamo attraversare. Dopo un’altra ora di tornanti, l’autista , ormai indottrinato, mi porta di sua iniziativa (?) a vedere un tempio molto venerato che si trova su queste colline.

Il parcheggio è pieno di autobus e delle solite jeep di pellegrini e uno stuolo di coloratissime venditrici di fiori sono sedute a terra con le ceste del loro piccolo commercio.

Entro dentro il tempio la cui struttura sembra moderna e faccio una prima fila per ricevere l’acqua benedetta (previa donazione) che un sacerdote dal corpo e il viso pesantemente segnato di cenere coi simboli dello shivaismo, tre linee parallele, attinge con un mestolino e versa nella mia mano destra, tesa a coppa e sostenuta dalla sinistra, tesa a riceverla. Con un gesto fluido assaggio brevemente l’acqua (latte di cocco) e mi cospargo il resto sul capo; indi prendo un poco di cenere dal piattino che la contiene e mi segno la fronte.

Esco dal corridoio e mi immetto subito in quello che porta al darshan e qui la fila è più lunga: il solito serpentone che gira e gira. Prima di arrivare al cospetto della divinità bisogna pagare un tkt di 2 rupie. Accanto all’ingresso del sancta un sacerdote regge un vassoio d’ottone recante una lucerna accesa, lascio la mia donazione e giro le mani a coppa sul fuoco sacro (i fuochi sacri dei templi indiani sono accesi fin dalla notte dei tempi e riscaldandomi a quel fuoco, perpetuo e rinnovo il gesto di milioni di fedeli prima e dopo di me con i quali sono così spiritualmente collegata) e con le mani porto idealmente il calore e l’energia di quel fuoco millenario sul mio capo.

Entro all’interno del santuario toccando prima la soglia e poi lo stipite; mi avvicino per vedere la divinità infiorettata, faccio un’altra donazione e un sacerdote mi segna di rosso la fronte e mi da dei fiori benedetti.

Esco mondata e offro i fiori a Satesh che prontamente adorna la piccola statua di Ganesh che ha in macchina distribuendoli artisticamente attorno all’idolo.

Mi aveva dato l’impressione di essere un semi-laico (per il valore che una simile definizione possa avere in India, dove la religiosità è connaturata in ogni singola cosa) eppure questo gesto reverenziale unito ad un altro lungo il cammino quando sentendo una campana di un tempio ha rallentato portandosi le mani giunte sulla fronte, mi dicono che Satesh è un ragazzo che vuole fare il moderno, ma il suo retaggio è più forte del progresso che avanza.

La nostra meta odierna sono le cascate Hogenakkal e adesso ci troviamo a una quarantina di km da esse ma sul versante del Karnataka dove non ci sono sistemazioni né infrastrutture in genere. Per raggiungere la stessa località in Tamil Nadu ci sono invece più di 200 km di strada nella foresta.

A questo punto Sathesh ha l’idea più geniale di tutto il viaggio che lo monda, ai miei occhi, dai suoi peccati: Mi suggerisce di attraversare il fiume e quindi il confine con uno dei battellini turistici, atterrare sulla sponda del Tamil Nadu dove a pochi passi si trovano il Bus Stand e il piccolo villaggio, lui mi raggiungerà domattina dopo aver passato la notte in qualche posto a valle.

Accetto senza esitare perchè sono stanca di stare in macchina e perchè questa piccola avventura mi attrae moltissimo.

Percorriamo questi 40 km di foresta in assoluta solitudine, incontrando solo qualche scimmia e una specie di capriolo dagli occhioni languidi. Ci attraversa la strada anche un animale dalla larga cosa di pelliccia grigia, una marmotta forse?

Arriviamo finalmente all’imbarcadero sul fiume Cauvery;

Sathesh si accorda col manager dei barcaioli per una cifra pazzesca INR500, mi spiega che se avessero dovuto trasbordare lui avrebbero richiesto INR 300, ma trattandosi di me….

Anyway, non m’importa di pagare una cifra spropositata, si sta facendo scuro e non voglio perdermi lo spettacolo delle cascate al tramonto.

I battellini sono delle ceste di vimini intrecciato foderate con dei sacchi di rafia e poi impeciate per renderle stagne.

Stivate le mie sportine, mi accomodo sul fondo del natante e saluto l’autista che sembra un tantino in ansia, forse pensa di star commettendo una leggerezza ad abbandonarmi.

Io invece sono eccitatissima e quando il barcaiolo prende il largo ho il cuore leggero e un sorriso di soddisfazione stampato in faccia!

Il paesaggio è bellissimo: il fiume scorre lento in questo punto e il barcaiolo pagaia quasi senza sforzo, dirigendo agilmente l’imbarcazione.

Altri battellini pieni di turisti solcano il fiume e presto mi trovo circondata perchè ci avviciniamo ad una strettoia , si sente il rombo della cascata e superata un’ansa mi vedo davanti il primo salto di acqua che scende spumeggiando dall’alto di una roccia scura. Passando davanti mi arriva l’acqua nebulizzata addosso e mi coglie una strana euforia, una rista mi sale spontanea e… credo di avere un regresso infantile!

Il barcaiolo compiaciuto dal mio gradimento, si fa scrupolo di portarmi sotto a tutti gli altri salti che si susseguono in questo tratto di fiume. Ci spingiamo fino ad un punto dove l’acqua vortica pericolosamente perchè da lì, oltre alcune rocce affioranti è possibile vedere un altro salto, non accessibile via fiume, molto più alto e spettacolare degli altri.

Finito il giro turistico sbarco, in territorio del Tamil Nadu, ai piedi di una rampa di scale dove c’è un intenso va e vieni di gitanti. Il barcaiolo mette in secca la sua imbarcazione e mi accompagna attraverso uno scenario idilliaco ad un’altra brevissima traversata, che compio in compagnie di due graziose venditrici ambulanti che hanno finito di lavorare, e che mi prendono in carico una volta sulla terraferma.

Congedato il barcaiolo, seguo le mie nuove amiche, con le quali scambio le due parole di tamil che conosco e che sono comunque due in più del loro inglese.

Ci salutiamo all’ingresso dell’Hotel Tamil Nadu, l’unico htl di standard elevato che si trova in questa piccola località di montagna nata attorno all’attrazione rappresentata dalle cascate, che si trova proprio all’uscita del sito turistico immerso in un parco molto grande con grande parcheggio riservato ai clienti dell’hotel.

Ormai ho molta familiarità con la TTDC e so esattamente cosa aspettarmi, tuttavia stavolta mi tocca sorprendermi positivamente per la grande pulizia che trovo non solo nella stanza ma anche negli ambienti comuni. Tutto indian style of course!

Pago INR990 e dopo le formalità mi ritiro in camera, prima una doccia calda e poi una serie di telefonate che non ho potuto far prima perchè tra i monti non c’era alcun segnale.

Vado al ristorante su al primo piano e lo trovo desolantemente vuoto, i camerieri vanno e vengono coi vassoi carichi di pietanze destinate al servizio in camera, che sembra essere molto di moda fra gli ospiti degli alberghi. Faccio la stessa scelta e dopo aver ordinato mi ritiro definitivamente domani, sarà il mio primo pensiero quello di tornare alle cascate per vederle con una luce diversa.

Il povero Satesh è arrivato all’una di notte al cancello del TTDC dove un solerte quanto disinformato custode lo ha mandato via dicendo che nessuna ospite straniera soggiornava all’hotel, non trovando altro alloggio, ha dormito in macchina alla stazione degli autobus e stamattina, un po’ sbattuto mi ha telefonato chiedendomi di poter usare il bagno della mia camera.

Compresa delle sue difficoltà, gli lascio campo libero e vado a farmi un giretto al sito delle cascate.

Incredibile! Sono le 8.40 di una domenica mattina e c’è un popolo in movimento. Tutti i venditori sono già piazzati nei loro stand fissi o nelle bancarelle di fortuna o nelle semplici stuoie che contengono i loro commerci. Faccio a ritroso la stessa strada percorsa ieri sera ed è tutto un brulichio di attività: gente che vende e gente che compra, gente che cucina e gente che mangia e tante rupie che passano allegramente di mano.

Scendo le scale che portano alla riva del fiume, dove una distesa pietrosa è ombreggiata dalla presenza di una varia e fitta vegetazione che va dagli alberi di alto fusto fino ai cespugli di pampas, in un alternarsi di verdi e fogliame differenti.

Le rocce si interrompono per creare il corso di piccoli ruscelli che si dipartono dal braccio principale e sulla riva di questi corsi secondari le donne si lavano e lavano i loro indumenti contenuti in tinozze d’alluminio che poi trasportano ponendole sulla testa.

Bambini che sguazzano felici nell’acqua, insaponati diligentemente dalle mamme, sgusciano viscidi e saponosi verso l’ennesima avventura tra le polle del fiume.

Sotto gli alberi più frondosi, uomini unti di oli essenziali che emanano un forte odore di eucaliptolo, sono vigorosamente strofinati da nerboruti massaggiatori che girano tra la folla in cerca di clienti proponendo i loro servigi.
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Famiglie intere, con grandi stuoie e quello che s’indovina essere un robusto pranzo al sacco, in cerca del posto più adatto per creare il loro provvisorio accampamento.

E poi tanta gente che bighellona in giro semplicemente godendosi l’aria fresca e la natura intorno.

Scelgo il percorso che mi porta ad attraversare un ponte sospeso, dove gruppi di ragazzi sostano per una foto in pose buffe, quasi da novelli Tarzan. Mi fermo brevemente ad ammirare il baratro sottostante con l’acqua che gorgoglia rumorosamente alzando nuvole di goccioline che presto mi avvolgono lasciandomi un velo di umido sulla pelle.

Attraversato il ponte sono su un enorme masso che divide il corso del fiume e di fronte a me la sezione sulla quale ho navigato ieri, alle mie spalle in basso invece un piccolo salto che crea una sorta di doccia naturale dove dei baldi giovanotti si fanno un violento idromassaggio sotto le acque turbolenti del getto. Proseguo sul sentiero segnato con tante frecce bianche che conducono alla cascata principale.

Bisogna tornare sulla terraferma attraverso un guado: tolgo le scarpe e rimbocco i pantaloni, e appena messi i piedi in acqua mi sento trascinare dalla corrente impetuosa; mi attacco alla ringhiera e procedo con cautela. Nella stessa polla d’acqua ci sono dei ragazzi che sguazzano, giocano o si lavano, ma adesso capisco che stanno esercitando i loro muscoli per tenersi in equilibrio in mezzo all’acqua vorticosa.

C’è un punto d’osservazione in alto su una torretta di metallo, salgo e finalmente godo di una magnifica visione d’insieme di tutto il sito a 360°. Lì in alto trovo una coppia di ragazzi in luna di miele con quali faccio un paio di foto. Come recita la guida, questo un posto considerato romanticissimo e pertanto meta preferita per i viaggi di nozze, se a questo si aggiunge che è stato il set di tante scene strappalacrime di alcuni film famosi, si capisce perchè sia tanto popolare. Addirittura, tanti post-romantici dal cuore infranto hanno deciso di suicidarsi gettandosi dal salto più alto per sfracellarsi gloriosamente sulle rocce sottostanti tingendo di gloria il loro eroico ultimo gesto!!!

Ultimo giro, saluto una delle amiche che ieri sera mi ha accompagnata e che è già al lavoro con la sua stuoia piena di dolcetti e bevande da vendere ai gitanti.. Poi faccio la stessa traversata verso l’approdo principale in compagnia di una famigliola e finalmente ritorno all’hotel dove un più rilassato autista è pronto, anzi impaziente di tornare a Pondicherry e festeggiare l’ultimo giorno di Pongal.

Il ritorno verso Pondy è abbastanza lineare, ma ancora una volta le mie speranze di visitare il santuario di Tiruvannamalai vanno deluse. Una volta in paese mi ero rallegrata nonché impressonata dalla visione della gopuram altissima del tempio che si vede praticamente da tutti i punti della città, passiamo davanti ad un ashram che dev’essere famoso fra gli occidentali perchè ne vedo tantissimi nei pressi e tra le bancarelle dei dintorni.

Purtroppo è l’orario di chiusura del tempio e non ci resta che proseguire (il mio disappunto è direttamente proporzionale al sollievo di Satesh di non dover perdere ancora tempo).

Oltrepassato uno dei monumentali ingressi di Pondicherry, l’autista subisce una trasformazione, come se gli fosse impazzito improvvisamente l’ormone comincia a guidare come un pazzo, ma soprattutto con il clacson tipo emergenza, una cosa insopportabile, meno male che Mission Street è dietro l’angolo!

Alè!

 

 

 

 

 

Antonella Sciortino



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